L’intrepido (o l’enigmatica centrifuga)

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Voto: **½

2013, di Gianni Amelio, con Antonio Albanese, Livia Rossi, Gabriele Rendina, Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli

Un merito a questo film bisogna riconoscerglielo: costringe ogni spettatore a ragionarci su.
Lo si vede dal numero di interventi, la maggior parte dei quali negativi, apparsi in rete, dagli articoli delusi sulla carta stampata e dalla coppia di signore che in sala, per tutti i cento minuti circa, non hanno potuto tacere alcun commento.
Non è un grande film e questo è vero, non si tratta di capirlo o meno, non è colpa dello spettatore poco innocente, è una questione di emozioni, di reazioni psicologiche che non si innescano, che non sanno trovare il veicolo filmico giusto.

Sembra però essere passato quasi inosservato un aspetto che io, nel vederlo, ho reputato centrale, se non sostanziale. Il cinema di Amelio è stato sempre un cinema di rapporti umani, che in loro trova lo strumento narrativo prediletto, il terreno fertile per mostrare l’evoluzione ed il dinamismo dei personaggi, che sono a loro volta gli strumenti, le linee di forza in azione nella rappresentazione del vero soggetto di Amelio: le iterazioni tra uomo e società e tra padri e figli.
Così Antonio Pane non è un automa a lavoro, un uomo-troppo-buono-per-essere-macchina Chapliniano come molte analisi, forse frettolosamente, sostengono. Il film, la sua parte buona, è da cercarsi nei rapporti tra Antonio e suo figlio Ivo e tra Antonio e Lucia, non tra Antonio ed Antonio, incaponendosi a cercare la denuncia sociale in un ritratto. Il ritratto di una persona qualunque, enfatizzata, estremizzata, ma non fuori dalla realtà. Non si sta parlando della società traviata e senza uscita tramite Antonio Pane ma dell’effetto che una società di questo tipo può avere su un uomo come Antonio Pane (quindi l’uomo non la società!). Molti l’hanno definito monocorde, senza sbalzi, noioso. Da anni ormai non si giudica più un film in base alla noia, L’intrepido annoia a tratti, è vero, ma neppure uno spettatore medio di fronte a 2001: A space Odissey, non può giurarsi esente dalla noia, nonostante poi riconoscere la grandezza del risultato. Qui non siamo alla ricerca della grandezza – non la troveremo pur impegnandoci – ma il buono va salvato e riconosciuto.

Quando si esce dal macchiettismo troppe volte ripetuto dei mille lavori “rimpiazzati” e vengono abbozzate più che descritte, ma con tratti forti e ben dosati, le iterazioni col figlio e con Lucia ci si “risistema in poltrona”. Forse bastava una sceneggiatura appena più forte per rendere questo l’asse portante dell’opera: il lavoro che precarizza la vita, la riduce a scampoli di tempo indifferente, utile solo a riposarsi per poi ricominciare, ma che precarizza sopratutto i rapporti, rendendoli occasionali, incapaci, frammentati. Antonio si innamora di Lucia non conoscendola ma “intuendola”, sostiene il figlio facendosi da parte e non intervenendo. Questa è la realtà silenziosa che ne L’intrepido poteva fare la voce grossa e invece è relegata a “far parte del coro” assieme agli altri motivi. Il finale non perfettamente risolto è poi ambiguo, particolare, ha un gusto ma non una determinazione.

Personalmente non ho sottovalutato il tassello musicale messo in gioco dal figlio di Antonio: l’arrabiatura sul palco a causa della solita dialettica tra qualità e quantità di pubblico, il concerto in chiusura su uno standard jazz sotto l’ombra di Charlie Parker (a cui Ivo si ispira musicalmente, ma sembra anche ideologicamente). Sembra quasi che la vita stessa di Antonio sia un’interpretazione jazzistica, fedele ad una linea di basso ma ogni volta vestita a nuovo, tra le tante divise e le tante emozioni tentate. Sia Ivo che Lucia sono impregnati di gioia di vivere e disperazione, per questo Antonio si specchia in loro, hanno la sua stessa stoffa, ma appartengono ad un’altra generazione. Antonio, con il suo sorriso grigio, la sua spontaneità amara, non sembra stare né tra gli adulti, né tra i giovani. È un limbo che Amelio ha saputo ritrarre, sopratutto nelle pareti povere dell’appartamento in cui torna il protagonista. La soluzione abbozzata è la fuga da Milano: Antonio ricomincia, in un paese straniero ma nel quale forse la dignità, anche la più umile, trova posto.

Amelio in definitiva ha forse messo tanti elementi in gioco, senza trovar loro una direzione univoca, centripeta. La mancanza di un vero e proprio centro narrativo o cinematografico lascia le pur presenti bontà slegate tra loro: il film è certamente enigmatico ma assolutamente prescindibile.

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