Niente – Alessandro Porzio

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Di Alessandro Porzio.
Con Filippo Gili, Angela Curri, Vanessa Scalera, Martina Sammarco
Fotografia Dario Di Mella, Montaggio Rosa Santoro, Sonoro Vincenzo Santo e Gianfranco Marongiu Colonna sonora Stefano Ottomano

 

Di Porzio avevamo già parlato qui, a proposito del suo precedente lavoro Rumore Bianco, apprezzandone largamente la riuscita. Ma Niente è un vertice di perfezione formale, a parere di chi scrive un modello per la forma cinematografica breve e per chi voglia fare cortometraggi.

Tratto da 643 storie vere (tanti sono i suicidi dal 2011 al 2013 per cause economiche) Niente è la raffigurazione, spogliata di ogni possibile attenuante, di una coppia di genitori “caduti” sotto il peso della crisi. Hanno deciso di suicidarsi, lasciando una lettera cui affidano tutto il senso del loro gesto, in cui srotolano il nodo che hanno in gola per la loro figlia Elena, forse nome simbolico di colei per il quale si lotta, a volte si muore, ma a cui mai si possono attribuire colpe.

Il personaggio centrale è il padre, di cui non viene detto il nome, così come avviene per la madre, probabilmente per universalizzare il loro ruolo. Nonostante dica poche battute la sequenza dei suoi gesti costruiscono un racconto breve sull’addio alla vita. Nella prima, magistrale sequenza, l’uomo è praticamente “sezionato” dalle inquadrature strettissime in primo piano. Ho avuto la fortunata possibilità di vedere più volte quest’opera e apprezzare l’alternanza dei piani di questa sequenza: prima ravvicinato da diversi punti di vista, poi solo il viso, poi un’inquadratura a mezzo busto mentre l’uomo si volta verso il paesaggio di palazzi tutti uguali, poi di nuovo un primissimo piano sugli occhi che guardano in basso. In basso c’è una donna che passeggia con il proprio cane, ha i capelli rossi come sua figlia, cammina sola, come solo, tra il suono di piccioni e gabbiani, è lui.
Sembra una perfetta introduzione per una storia di solitudini, ma non sarà così, piuttosto avremo di fronte individui isolati, o sarebbe più corretto dire, lasciati soli.

La profondità di campo, strettissima, suggerisce in tutto il corto tale isolamento, sembra che i personaggi non debbano mai incontrarsi o coesistere. «Non sappiamo più vivere» e forse neppure più stare veramente insieme. Tant’è che i diversi personaggi quando si incrociano o vengono in contatto è come se creino scintille: immediatamente generano attrito e significato. Tre esempi. Il padre incontra un’amica di Elena, le dà un passaggio e nell’auto i due parlano senza nascondersi, lui ammette la sua caduta e le chiede se non abbia paura (“Di cosa?” “Di tutto”). Non un dialogo quotidiano. Poi arrivato a casa i suoi occhi incrociano lo sguardo della figlia, che subito si accorge che qualcosa non va. È uno sguardo ostinato, denso, pieno di rispetto, di amore, di pietà. I due si abbracceranno, il contatto è talmente forte che Elena versa due lacrime, una scivola via, l’altra è lentissima sulla sua guancia: prendono due strade diverse come lei e quel suo padre sfuggente, arreso, disilluso, al quale “niente” può più far male.
Il terzo esempio merita un’attenzione particolare: i due genitori negli ultimi definitivi momenti. Lei ha in mano la lettera d’addio e lui beve un lungo sorso d’acqua. Inizialmente sono due individui separati, quasi hanno paura di avvicinarsi. Poi lui va alla finestra, un ultimo sguardo al mondo, la moglie si avvicina e passa le dita tra i suoi capelli. In questo momento la macchina da presa si alza lentamente su di loro, fino a riprendere il loro fulmineo accendersi in una passione rabbiosa. Dura pochi secondi questa inquadratura dall’alto ma è come qualcosa che gravi sopra le loro teste, una pesantissima spada di Damocle pronta a cadere. Il loro nervoso abbracciarsi, spogliarsi, baciarsi sembra un ultimo disperato tentativo di esorcizzare questo terribile peso, attraverso un amore che non è amore e sembra lotta. Una lotta per ritrovare ed esprimere almeno per un breve minuto ciò che di vitale e umano è ancora in loro. Non vi riescono. Con due pistole, nudi sul letto bianco, in un abbraccio così teso, essenziale e deforme che sembra disegnato da Schiele, si chiedono scusa.

Elena, in una sospensione temporale, sembra rimasta immobile dal momento in cui ha salutato il padre, sente i due spari in rapida sequenza. L’immagine è buia, tranne due globi di luce sulla destra ed un terzo che appare e scompare dietro la sua testa. Sarà una casualità il gioco tra queste tre luci (proprio tre come il loro nucleo familiare)? Non certamente casuale è il suono delle sirene, che si inizia a sentire ancor prima degli spari, come in un sistema necessario di eventi.

Bisogna tenere l’udito ben attento anche nel resto dell’opera. Il suono (curato da Vincenzo Santo e Gianfranco Marongiu) è così prezioso, pieno di segni, di dettagli, di suoni ambientali ricchissimi. Sono suoni meccanici, acuti, assordanti: catene, porte, chiavi, ascensori, il rumorosissimo tram, tutto contribuisce a rendere anche nel sonoro quel senso di perdita di umanità, di calore, quel contrasto sempre pronto ad esplodere che il resto del cortometraggio mette in mostra. In una scena addirittura il passaggio dal silenzio tra le mura domestiche, rotto dal ticchettio di una sveglia, allo sferragliante tram in fermata simula uditivamente l’esplodere di una bomba. In un’altra il padre è sul luogo di lavoro, una concessionaria d’auto, e entra in diverse auto, quasi ne stesse scegliendo una, quasi fossero vite possibili su cui ripartire. In una accende l’autoradio, ascoltiamo Wake me up di Avicii, ma non una parte qualsiasi, vengono ritagliate le parole «Quando tutto è finito, quando sono più saggio e più vecchio, tutto questo tempo speso a cercare me stesso, e non sapevo che mi ero perso.».

Nelle ultime scene la voce di Filippo Gili è musicale, ritmata, sembra che le parole siano il testo di un rap, mentre invece fanno parte della lettera lasciata per la figlia. Le immagini mostrano una casa svuotata, nuda, il letto dei genitori è sfatto, sembra che tutto sia appena accaduto ma le lenzuola sono sorprendentemente bianche, pulite, come se invece di uccidersi i due fossero svaniti nel nulla. Le foto appese ai muri sono le ultime cose rimaste, «scattate per dimostrare di essere realmente esistiti» come in una vecchia canzone dei Kinks.

«Viviamo in un paese che non sa nemmeno più piangere. Non sempre l’amore basta. Nemmeno quello di una figlia» sono le ultime durissime parole della lettera. Ma venti minuti bastano ad Alessandro Porzio per mettere in scena uno dei ritratti più impietosi, diretti ed efficaci dello stato attuale del nostro paese. Certamente è uno dei più cinematograficamente consapevoli e riusciti.

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