Carlo e Clara – Giulio Mastromauro

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2013

di Giulio Mastromauro
con Franco Giacobini e Angela Goodwin

Sembra sempre più vero che è dal sud che arriva la linfa nuova per il nostro cinema, una linfa capace di scorrere sul confine tra ricerca e pubblico.
Carlo e Clara sono un uomo e una donna, innamorati, avanti con gli anni ma per nulla spenti, anzi, così ancora assetati di vita, di scoperte, di bellezza, da voler ricominciare. In un corridoio bianchissimo con pavimenti di marmo, sotto una volta a tutto sesto persone eleganti si muovono, spostando coi piedi le tante foglie sparse sul pavimento. I movimenti sono calibratissimi e bilanciati tonalmente, non appena appare un uomo vestito completamente in bianco sulla destra ne appare uno con un abito nero sulla sinistra. È un luogo sereno, placido, senza tensioni, in cui un lento carrello si introduce senza fretta, così come nessuna urgenza è nei personaggi, sul cui volto sta stampato un sorriso di compiaciuta soddisfazione e compiutezza e pace. Quante volte un regista è riuscito a descrivere in questo modo l’anticamera della morte?

Ma il segreto sta qui, non siamo in nessun tipo di paradiso, non è il termine di una corsa o l’ingresso in qualche forma atemporale, eterna, oltre il corridoio si va oltre il tempo, ma nel senso che il tempo riparte, in ciascuna delle stanze assegnate alle persone in fila si rinasce.
Interpretati da due vecchie conoscenze del cinema italiano, Franco Giacobini (Carlo) e Angela Goodwin (Carla),  che hanno lavorato per Corbucci, Bava, Monicelli, Steno, Damiani, Sorrentino, uniti anche nella vita, sono una naturalissima coppia, che lì sul momento di saltare in una nuova vita si promettono di cercarsi ancora, come se già provenienti da numerose rinascite. Lei ha un po’ paura stavolta, soprattutto le dispiace perdere tutti i ricordi, lui le infonde sicurezza raccontandogli la bellezza dell’esistenza racchiusa nei dolci alle mandorle che potranno ancora gustare, di nuovo come fosse la prima volta. Non sarà doloroso, giusto «il tempo di perdere il fiato».

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C’è più di un elemento interessante nell’opera di Mastromauro, su tutti il pacato surrealismo, senza sbavature, elegantissimo e mostrato più nei particolari che altrove. Si veda l’edera che inizia a conquistarsi foglia a foglia il corridoio delle scene iniziali. Una pianta, grande e forte, ma le cui radici sono ristrette in un piccolissimo vaso, che la donna allo sportello, tra un “paziente” e l’altro, provvede a innaffiare con un nebulizzatore. La soluzione alla domanda «Cosa fanno queste persone?» è svelata lentamente, di battuta in battuta, e nel restare in bilico sul se oltre quelle porte ci sia la vita o la morte c’è la specifica bellezza del cortometraggio. Il pianto di un neonato risolve l’enigma, Carlo e Clara a sentirlo provano stupore, emozione, attesa. Lo spettatore in questo istante capisce il gioco ed è di fronte all’irreale, proseguire su questo tono con immagini reali guasterebbe l’atmosfera, la renderebbe poco credibile ora che è caduto il velo, il mistero. Mastromauro ricorre quindi all’animazione, attraverso cui l’irrealtà è facilmente accettata, e con questa mostra il pensiero di Clara, il suo ricordare l’essenza della vita: il viaggio, la scoperta, la sfida, gli abbagli e le lacrime. C’è finanche un orologio distorto, quasi sciolto, di chiara ispirazione Magrittiana, che rispecchia il loro tempo reversibile, distorto, virtualmente infinito. Come fosse un riepilogo, un togliere l’individuo ripartendo dalla vita stessa.
La vita, dunque l’acqua, che inizia a riempire i pavimenti, a bagnar loro le scarpe, a raggiungere le caviglie, il processo di rinascita comincia così, già allo schiudersi delle acque e negli occhi dei due nonni (a tutti loro è dedicata l’opera) guizza già una luce tutta infantile e gioiosa.

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Dai loro abiti, anche questi di un bianco-nero equilibrato, giacca nera lui, bianca lei, sciarpa bianca lui e grigia lei, sparisce tutta la vita ormai antica e bicolore. Dopo alcuni fotogrammi grigio chiaro indossano tutine a color pastello, in culle di legno, i loro due nomi scritti in nuvolette azzurre. I colori della nuova vita.

Quello che trasuda da questi umani oltre il tempo è una maggiore consapevolezza della vita, (Carlo non vede l’ora di tornare giovane e respirare a pieni polmoni) l’amore per il provare nuove esperienze e scoprire «mille altre ragioni» per cui val la pena vivere e vivere ancora. Non si cerca un senso, si cerca bellezza. «Il senso non è di questa terra».

Resta aperta una questione. Ripresentatisi al banco in fondo al corridoio Carlo e Clara vengono riconosciuti, «Ancora voi due insieme?». Ciò vuol dire che rinascendo riassumeranno sempre le stesse sembianze? O si sta ipotizzando che in un mondo dove una certa forma di metempsicosi sia reale le sembianze siano indifferenti e si venga riconosciuti solo per quello che si è, come anime?
Sarebbe un’idea interessante su cui lavorare per un altro cortometraggio. Magari verrà dal sud, magari da Mastromauro.

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