Il vicino – Andrea Canova

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2014

di Andrea Canova
con Pietro Botte, Massimiliano Amodio

Napoli è lo scenario di un tacito conflitto tra individuo e massa che Andrea Canova, già attivo nel mostrare contraddizioni e personaggi della città partenopea in Aret’ a palm (2008) e nel collettivo Napoli 24 (2010), porta sui tetti dei palazzi imbiancati a calce, senza grazia, invecchiati senza cura.
I palazzi sono inquadrati più volte, dal basso, come antagonisti costretti alla coesistenza ma suscettibili a facili scintille. Essi sono i luoghi dove i vicini coabitano, più o meno pacificamente, spiandosi, alleandosi, contrapponendosi, protagonisti di annosi litigi o di sudate tregue.

Canova ci porta sul terrazzo di un individuo, dichiaratamente non allineato. Siamo nel bel mezzo di una semifinale degli europei di calcio, la Germania-Italia del 2012 che mai come allora portò parte del popolo italiano ad inneggiare un uomo di colore, più volte vittima di vituperi razzisti, quindi anch’egli (Balotelli) un quasi-estraneo, suscettibile a facili giudizi: un vicino. Sui balconi delle case fanno bella mostra numerosi tricolori, ma sul terrazzo del protagonista sventola una bandiera nera, triangolare, quasi piratesca. E non poche volte le aste ed i fili per il bucato, le antenne ed i fili elettrici sembrano collocarlo su una nave in mare aperto, sulla quale volano gabbiani più volte inquadrati, forse un peschereccio, data l’insistenza sul pesce, ora in cottura, ora conservato nel congelatore, ora a riempire la pattumiera.
Mentre tra le case echeggia la telecronaca calcistica il giovane uomo ascolta con le cuffie una musica con una tromba protagonista. È lui stesso un trombettista, lo vediamo riscoprire e ritirare fuori la sua tromba, forse ferma da tempo. Il suo vicino è un uomo un po’ rozzo, a tratti animalesco, riposa in una piscina gonfiabile che perde aria, la sua televisione è sintonizzata ovviamente sulla partita. Cucina carne ed è la stessa tv, cambiata di canale per un momento, ad acuire la contrapposizione tra i due, parlando del se sia meglio mangiare carne o pesce. Quale dei due modelli è il migliore? Quale delle due parti mangerà e ingloberà l’altra?

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Più sequenze e inquadrature rivelano aspetti interessanti. Le riprese più volte effettuate con focali corte, deformano la scena ed il personaggio, mettendo in luce linee prospettiche, angolazioni, distorsioni, quasi a giudicare per data la deformità dell’ “uomo che non vuole vedere la partita” e dell’intera situazione. Lo stesso tipo di giudizio, oggettivo, imparziale e quasi impassibile, è dato dalle inquadrature spesso fisse, prive di movimenti, e nella colorazione dell’intero corto con i bianchi molto presenti, la leggera desaturazione ed il generale equilibrio tra i toni. Nulla è quindi messo in risalto tranne l’asciutta verità: l’uomo giovane è una mosca bianca e va eliminata.

Ed ecco allora la scena più forte e più bella. Il protagonista ha messo a bagno la tromba, smontata pezzo per pezzo. Prova il bocchino e ne trae qualche suono, deciso, intonato ma flebile e incompleto. Proprio nello stesso istante arriva il gol decisivo per l’Italia, in cui un “diverso” viene messo sugli altari, ma il nostro “diverso” con il suo piccolo suono viene sommerso dalle tante trombette da tifoseria, dalle urla. Ad essere sommerso è l’individuo, deluso, rabbioso, che per resistere e tenersi stretta la sua indipendenza è costretto ad isolarsi, stavolta con dei tappi nelle orecchie. Monta la sua tromba, ne prova i tasti e inizia a suonare note sospese, emozionate. L’uomo della massa, l’uomo bestiale sente un suono fuori dalla normalità senza neanche pensarci su prende una scala bianca ed una pistola nera, o si è bianchi o si è neri, ed il trombettista viene sparato, come si schiaccia una mosca. Dopo aver ucciso l’uomo torna nella sua piscina, rigonfiandola un po’.

Canova esasperando il conflitto e risolvendolo nel modo più istintuale e diretto possibile la contrapposizione tra l’uomo allineato, perfettamente a suo agio e per questo detentore di una giustizia autoassegnata, e l’uomo musicista-navigatore-pescatore, più libero e indipendente, riesce in un ritratto secco, impietoso, fortemente riflessivo. Assieme a Simona Infante, collaboratrice al montaggio e addetta alla fotografia con Raffaele Carro, e grazie alle essenziali e significative scenografie di Ramona Tripodi, il regista ha sviluppato uno stile molto personale, che sembra avere qualcosa di russo o del recente cinema mediorientale. Ci auguriamo di trovare lo stesso rigore nei suoi prossimi lavori.

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