Mathieu – Massimiliano Camaiti

2014

di Massimiliano Camaiti

Una produzione franco-italiana conclude l’ideale trilogia firmata Massimiliano Camaiti su uomini qualunque che hanno in sé nascoste pieghe surreali. Mathieu segue infatti Armando (2006) e L’amore non esiste (2008), tutti lavori di cui Camaiti è stato regista e sceneggiatore. L’ultimo lavoro diretto in lingua francese rientra nell’ambito di un programma promosso dall’Istituto di cultura italiana a Parigi.

Mathieu (Michael Smadja) abituato ad una vita incasellata tra lavagne, agende e post-it che lo aiutano a “fare sempre quello che deve fare” prova ad invertire rotta testando sulla propria pelle cosa voglia dire disattendere le attese degli altri. Convinto che far felici gli altri sia semplice e gratuito con i suoi colleghi si mostra sempre d’accordo, ogni giorno dà una certa quantità (ben prefissata!) di spiccioli ad un clochard, fa acquisti in un negozio di vestiti pur non avendone bisogno e aiuta una donna anziana con la spesa sostituendo il nipote. È soddisfatto Mathieu, nulla sembra intaccare la sua onesta, innocente, purissima impalcatura del sorriso. Ma una donna (eterno leitmotiv cinematografico e letterario), solo lei saprà incrinare tanta felice, illibata sudditanza.
La donna è quella della boutique di fianco all’ingresso del suo palazzo. Lui, Mathieu, l’eterno buono, non appena è lei ad aver bisogno di aiuto per timidezza non agisce, pianta la sua dirittura morale e mette in discussione ogni cosa, iniziando a dire no, a strappare i suoi post-it, e con essi la sua gentilezza, la sua educazione.
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È come trovarsi nel pirandelliano Il treno ha fischiato, cambiando punto di vista Mathieu capisce molte cose, capisce che il suo ambiente di lavoro è come un’immobile stagno, capisce che i suoi colleghi facevano di lui oggetto di scherno, che il suo gioco ad accontentare tutti era ben che svelato, che il clochard non era davvero sempre sul lastrico e che la donna anziana poteva anche organizzarsi diversamente. Ma capisce infine che basta anche un solo episodio contrario, un’immagine di sé contraddittoria per incrinare mesi, forse anni di abitudinarie impressioni positive, per diventare un falso, un altro da sé.
Mathieu perde il lavoro, ma conquista, con ritrovata sincerità, Irene (Celine Groussard), o almeno così sembra.

L’autore romano pone al centro dell’episodio francese la questione sociale, sottintesa ma fondamentale, del manifestare sì – manifestare no, ossia dell’agire come collettività o come individuo. È il perno attorno al quale ruota la vicenda, il primo locus su cui vediamo Mathieu cambiar viso, atteggiamento, opinione pur di soddisfare il proprio interlocutore. Il protagonista in un certo senso muovendosi “alle dipendenze altrui” si annulla, perde la propria identità nella fitta rete di altruismi. Manifestare per una causa giusta, adoperarsi esclusivamente per gli altri, per i diritti della collettività oppure conquistare un pizzico di individualità, di egoismo anche e con ragionate scelte ricrearsi una dignità, propria, personale, non solo agli occhi di chi si incontra? Remissività o senso critico?

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L’anello percorso da Mathieu si richiude quindi sulla stessa domanda, stavolta pronunciata da Irene: «C’è la manifestazione Domenica. Vuoi andare?». Anche lei, la donna che ha incrinato le sue tabelle di marcia, lei che sembrava essere la scappatoia dallo schematismo lo riconduce a chiedersi vuoi essere per te o per gli altri? Non si scappa Mathieu.

La scelta pertinente del cast, la capacità di Camaiti di indurre tensione (la riunione) ma anche tenerezza (Mathieu e Irene che si tengono per una scarpa), di gestire i momenti concitati con efficacia (le “ribellioni” di Mathieu) e i momenti di stasi con creatività visiva (le buste in fila, la lavagna, i cumuli di monete) confermano la padronanza da parte dell’autore della forma cinematografica breve.
Attualmente Camaiti sta lavorando al suo primo lungometraggio, forse prodotto in Francia. Che stia nascendo un nuovo Autore?

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