Matilde (o il non voler non sentire)

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Vito Palmieri ha sempre avuto un occhio particolare per i bambini, i piccoli ragazzi capaci di gesti più “grandi”, più forti della loro piccola età incasellata, agli occhi degli adulti, nel gioco.
Questo Matilde rielabora in parte il suo secondo cortometraggio Tana libera tutti, del 2006, cambia il tema principale (da un bambino trasferitosi in città ad una bambina che non vuole non sentire) ma molti modi espressivi rimangono. In entrambe le storie siamo a Bologna, Matilde è una bambina sorda, lo è davvero, come tutti gli attori del cortometraggio, i suoi giorni a scuola passano isolati, dietro le finestre, dietro le sue orecchie. Nella confusione dell’aula riesce a malapena a seguire il suo bonario maestro e passando ogni giorno vicino un campo da tennis trova la soluzione allo strusciare di sedie e banchi. La scena dell’intervallo è quella che più si ricollega a Tana libera tutti, lì Emiliano guarda allo stesso modo dalla finestra, con lo stesso sguardo di gioia trattenuta: i bambini sono fuori e giocano, sono i bambini come tutti li immaginiamo. Oltre il vetro di Matilde, oltre la finestra di Emiliano, ci sarebbe la comprensione, l’amicizia, il rispetto, il gruppo: Palmieri lavora su questi passaggi, queste transizioni dall’isolato al collettivo. Così ad esempio è anche negli altri suoi lavori: Eclissi di fine stagione, sull’integrazione di una coppia rumena, e Anna bello sguardo, sull’accettazione di un ragazzo in una squadra di pallacanestro.
Oltre la coerenza tematica ho apprezzato lo stile di ripresa, sempre morbido, delicato, direi quasi soffice, che mostra, assieme alla musica, tenerezza (facile averne) verso il soggetto. Sono belle le inquadrature che mostrano Matilde sotto i porticati di una Bologna che non è puro sfondo ma vero e proprio ambiente. L’attesa, la pazienza nei gesti di Matilde, trova tutto una sua forma omogenea, da cinema narrativo, cinema-racconto, che però sa anche giocare con lo spettatore nella scena delle forbici puntate avanti, tenute strette dalle mani della piccola protagonista, che suggeriscono al nostro immaginario filmico tutta un’altra direzione.
C’è in effetti un costante rapporto tra il morbido, il fragile, il silenzioso e il duro, l’appuntito, il tagliente, il rumoroso. Il tamburellare della pallina da tennis contro quello della matita, sempre la palla da tennis contro il rasoio, Matilde contro il suo grande e pesante zaino, le forbici contro i baffi che cadono lenti e muti a terra, il frastuono dei bambini che strusciano, battono, borbottano e le parole ovattate, soffuse che arrivano alle deboli orecchie di Matilde.
Ancora qualcosa di buono da Palmieri quindi, che con quest’opera è entrato nella sezione Generation della 63° Berlinale. Sarebbe il momento forse di allungare i tempi e provare un lungometraggio, le premesse non mancano.

Trailer : http://www.youtube.com/watch?v=ZcHmApqmpYo

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