Reality (o una natura morta)

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Mai come in questo caso il titolo di un film sembra corrispondere ad una scelta stilistica. Sin dai suoi esordi Garrone registra la realtà senza togliervi nulla. Così è in Reality, dove sceglie come punto di vista (o forse di osservazione?) ancora Napoli. Sembra accenda la camera e la lasci guardare, con costruzione minima come se non possa far altro.

Le sue sono sempre state storie di confini, bilance tra due mondi opposti, asciutte e impoetiche, eppure nulla hanno del documentario, perché non sono le immagini di chi prende appunti, isolando il caratteristico, il rappresentativo, sono piuttosto le immagini di chi all’improvviso apre gli occhi e si trova di fronte un magma, strati e strati di uomini e culture sovrapposti, e risponde con confusione, stupore, stonamento, come si fosse tra sogno e realtà. Ma in ogni sua opera, Garrone, abbozza sempre una soluzione al conflitto, un’ipotesi di convivenza, qui tale luogo era servito sul piatto d’argento: Cinecittà, sinonimo di Cinema, dogana tra possibile e realizzabile. Quando siamo a Cinecittà pur essendo nella realtà più nuda i toni si fanno trasfigurati, favolistici, zavattiniani: qualcosa di bello può accadere, anzi, sta per accadere. Ma avviene il contrario.
Gli attriti tellurici tra possibile e impossibile sconquassano la psiche di Luciano Ciotola. Sembra tornar bambino: il dono degli arredi, la deresponsabilizzazione della vendita della pescheria e addirittura il grillo parlante. Alla realtà vera sostituisce la realtà costruita, isolata come l’unica luce visibile nell’ultima inquadratura. Ride, lui, intrufolatosi nella casa, come può solo il bambino col suo giocattolo.
Il paragone col Truman Show di Peter Weir è obbligato, anche se il fenomeno è visto su due facce opposte. Due facce della stessa porta: Truman urla per uscirne, Luciano resta in silenzio per entrarvi. Solo noi spettatori abbiamo la libertà di entrare e uscire, dall’alto osservatorio da dove viene e torna la camera a inizio e fine pellicola.

L’opera di Garrone è sì forte, linearmente spasmodica, assurda quel tanto che basta per tenerla verosimile, eppure qualcosa manca. Certo fa piacere che un autore segua un percorso organico, scandagliando e provando a svelare e mescolare i compartimenti stagni della nostra Italia. Ma mentre in Gomorra o in Primo Amore c’erano sussulti, brividi, sentivamo insomma la superfice ruvida di cotanta cruda umanità, qui sembra tutto troppo statico, sembra di fissare una natura morta in estenuante decomposizione.
Il film resta alla finestra, sfiora con un dito il capolavoro ma resta come Luciano, nella folla o dietro l’umiliante grata, che manca l’attenzione del traghettatore superstar Enzo.
Si è parlato di approccio neorealistico, qualcuno l’ha fatto, penso sopratutto per l’idea del “pedinamento”, ma, insomma, quanta empatia trasmettono le donne di Roma ore 11, entriamo dentro ciascuna di loro, e quanta distanza c’è tra noi e la famiglia Ciotola. Sono mondi troppo lontani e forse è sbagliato metterli a confronto, le esigenze son cambiate, il motivo per cui si fa cinema è cambiato, gli spettatori sopratutto son cambiati.

Non ci si pone più il problema della noia, quasi che la noia sia una colpa dello spettatore poco preparato, ma non si può proporre in sala un unico motivo, un’unica idea, girata e rosolata per quasi due ore, mascherandola (e salvandola) con l’autorialità registica.

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