Disruption (un ragazzo, un uomo, un eroe)

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Un uomo, un ragazzo cammina verso il mare, cammina nel mare, forse è deciso a non fermarsi. La scena dissolve sul nero. Nella successiva lo stesso uomo, lo stesso ragazzo è vivo, ha gli occhi pieni di sonno e di noia, di inattività, lo schermo parla chiaro: la partita a cui stava giocando è finita, siamo al game over.

L’intreccio di questo cortometraggio, ad opera di Giulio Poidomani, si fa forte della quantità di richiami, di rimandi: ogni scena ha qualcosa che vedremo o già abbiamo visto in altre scene, con esse si relaziona costruendo la ricchezza di significati più che con la trama con l’evolversi degli oggetti, delle situazioni, degli atteggiamenti. Bisogna quindi stare attenti a tutto, ai disegni (che rappresentano sempre più un padre cattivo e invadente), alle torri-grattacielo (che da giochi diventano luoghi di lavoro o meglio di non-lavoro), alla colonna sonora, fondamentale.

Su quest’ultima voglio soffermarmi. Sono due i materiali utilizzati: suoni elettronici ed una bellissima canzone acustica originale, scritta dal regista stesso e cantata da Luna Achiary. I primi, seppur di fattura non originalissima, riescono a sottolineare bene i passaggi di tono, di umore, le attese e il figurarsi delle ossessioni di Jay (l’uomo-ragazzo) che vede, sente, immagina superman e noi sentiamo, attraverso un fruscio, il suo volare, il suo esserci. La seconda contiene la chiave del cortometraggio, ne è quasi il controcanto, che col definirsi dell’esito, acquista e da significato a molte cose. « In paradiso ognuno vola, in paradiso ognuno sorride, in paradiso nessun bambino piange, il paradiso è dove voglio brillare. » e tutti questi elementi ritornano nell’opera, il figlio di Jay e Sara chiede al padre cosa sia il paradiso, perché e chi ci va, il padre risponde che è per le persone buone, che è un luogo bello e pieno di colori, dove tutte le persone possono volare. Non possiamo che leggere nel paradiso secondo Jay, il fumetto, il mondo dei cartoni animati, di superman. Allora ecco che iniziamo a chiederci cosa significhi quel «il paradiso è dove voglio brillare», lo capiremo in conclusione.
Il figlio, intanto, affascinato dall’idea dice con entusiasmo che vuole andarci, Jay risponde che ci andrà, non ora certo, ma presto. Quel presto è un indizio terrificante.

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Jay vive di fumetti e di videogiochi, disegna fumetti e prova a vendere le sue storie, ma riceve lettere e lettere di rifiuto che vediamo sempre pendere fuori dalla cassetta della posta di casa Niaper. La moglie, Sara, ne è quasi irritata, il suo non voler arrendersi, il suo non caricarsi la responsabilità di essere padre e cercarsi «un vero lavoro» causa continui attriti. Tutto si appiana, si ammorbidisce, si rilassa quando Jay riceve una chiamata dal suo editore che vuole incontrarlo, apparentemente per accordare una pubblicazione, Sara ne è felicissima e non pensa che sarà questa la goccia che farà traboccare il vaso.
La scena dall’editore è di una violenza gratuita che però non eccede, è ben controllata da Poidomani, che inserisce il personaggio della segretaria. Veniamo a sapere che Jay è stato in coma e che ne è venuto fuori con un’idea davvero nichilista della vita e su questa base ha costruito il suo fumetto, la sua storia. L’editore lo rifiuta con tanta brutalità compiaciuta e divertita, tanto da fotografare Jay ed esultare dicendo «è bellissima, lui è tristissimo, dobbiamo stamparla e metterla insieme alle altre», la segretaria accondiscende ma capiamo essere dalla parte di Jay. È forse la scena migliore, sicuramente la più equilibrata e potente.
Poi viene messa in scena la decadenza di Jay, il suo procedere verso il baratro, o verso il cielo. La madre di Sara auspica il divorzio, il figlio dice che l’arte è per i perdenti, quelle torri del lavoro sono troppo alte per lui, lui vorrebbe essere supermen e volare oltre come fa fare al figlio, giocando ad alzarlo sulle braccia.
Ecco che allora Poidomani fa una mossa davvero azzeccata, ripresenta il mare, Jay e la scena iniziale da cui eravamo partiti. Crediamo sia una scena di suicidio, una morte in un certo senso annunciata. Entra nel mare, di nuovo la dissolvenza, è tutto finito? No, Jay riparte in macchina, con un’ espressione folle ed un fucile al suo fianco, l’autoradio trasmette la canzone del paradiso dove risplendere. È diretto a casa.
Nel mare, in quel bagno, forse è Jay a morire, il suo lato ancora così umano, così, nonostante tutto, pieno di speranza. Quello che riemerge è un personaggio da sparatutto, un eroe maligno.

In tutto il cortometraggio la fotografia non è delle migliori, sopratutto nelle scene notturne le luci sono troppo artificiali, vistose, presenti, i colori forse esageratamente saturi. L’unica scusante potrebbe essere il voler rappresentare l’artificiosità verso cui tende la vita di Jay, ma non so se poter dare credito a questa interpretazione, o comunque non ci sono indizi ed elementi per avvalorarla.
L’asso nella manica però è nei titoli di coda, insospettabili. Ci viene presentato il fumetto di Jay, che prima avevamo solo visto da lontano, e le scene disegnate sono le stesse del finale, seguono con esattezza gli ultimi folli gesti di Jay, quasi fosse lo script. Siamo quasi ad un metalinguaggio, o comunque ad una fusione tra le due dimensioni che convivevano nel protagonista e nel finale diventano una cosa sola. Adesso lui è l’eroe, anche superman è stato ucciso, ogni ostacolo è tolto e adesso può essere liberamente lui stesso la sua immaginazione. Una funzione così significativa dei titoli di coda non la ricordo in altre opere.
Realtà e finzione sono un tutt’uno e Giulio Poidomani ne ha trovato, con questo Disruption, l’equilibrio cinematografico.
Girato a Los Angeles, ma prodotto e diretto da italiani. Ottima la scelta dell’attore protagonista.

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