Salvami (dalla normalità apparente)

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Salvami è il secondo cortometraggio ad opera di Gianluca Fedele, giovane autore che sta trovando la sua strada nel dubbio, nel conflitto interiore tra apparenza ed essenza, tra verità e maschera.
Col precedente Chiamami aveva registrato le ansie e le attese di una ragazza, che costretta a prostituirsi, aspettava il suo primo cliente. In Salvami la sfera sessuale ritorna, forse perché tema che da solo suggerisce il nascondere e lo svelare, il fare e non dire, lo spiare, il camuffare, ma stavolta è il punto di vista maschile che viene analizzato: una ragazza, picchiata e stuprata, cerca vendetta e chiede al suo migliore amico di uccidere il suo aggressore. Dal confronto vendicatore-stupratore emerge il labile confine tra le due personalità, tra i due ruoli: il vendicatore è davvero meno disumano e più “giusto” dello stupratore? Quanto lo stupratore è lontano dalla normalità, dal giustificabile? Se i due “territori” restano distinti e apparentemente ben schierati tra il bene (la vendetta) ed il male (lo stupro), a metà cortometraggio l’uno straripa nell’altro, i due volti della medaglia vengono fusi e rimessi in questione. Ciò avviene quando l’uomo, legato alla sedia, coi lividi sul volto dice risoluto « Tu sei come me. », e il pugno di risposta del ragazzo non è altro che una conferma, una mossa di difesa che volendo respingere afferma senza dirlo « Sì, sono proprio come te ».
Ecco che i due personaggi si sono sovrapposti, l’uno sull’altro ora sono la stessa cosa, e la bella immagine in cui il ragazzo si sdoppia assumendo entrambi i ruoli è forte e ben utilizzata.
L’artificio cinematografico che però riesce meglio, sia sul piano della resa che del significato, è il montaggio parallelo che interviene in più momenti della prima parte esplicando le “accuse” dello stupratore in immagini che chiaramente verificano le sue parole. Anche il vendicatore ha usato violenza, è stato infelice di sé stesso, non ha ottenuto tutto quello che voleva dalla vita. La “tecnica” dello stupratore è «prendersi le cose punto e basta», lui invece non ne è stato capace, non è un tipo determinato e sembra che questa vendetta sia la sua prima mossa decisa, forte. Ne abbiamo conferma dal suo tono di voce timido, dalle sue frasi fatte, dal suo sguardo basso, ma sopratutto dal suo ghigno finale, minuto ma fondamentale per capire che attraverso questa mossa, questa metamorfosi anche lui ha conquistato quello che voleva per la prima volta: la piena fiducia della amica, inquadrata in primo piano poco prima del suo ridere abbozzato, quasi da “cattivo”. Che non si tratti soltanto di fiducia?
Se infine però la vendetta si compie non è solamente perché ne aveva il mandato, ma perché scopre, nel dialogo con la vittima, la sua perfetta normalità di padre di famiglia, che ride, scherza e ama nelle immagini da filmino delle vacanze sapientemente inserite prima dell’uccisione. Una persona così non dovrebbe meritare una vita normale, lo uccide quasi per invidia, perché anche lui è una persona normale, ma controllata, che ha dovuto fare delle rinuncie. Con l’uccisione c’è quasi una sostituzione dei due personaggi, ora il ragazzo è capace di far da sé, di ottenere quello che vuole con ogni mezzo, pur restando apparentemente normale.
Se si vuole trovare una nota negativa, è nella sequenza di apertura, dove la confessione della ragazza è ripresa contemporaneamente dalla macchina da presa e dalla telecamerina del ragazzo. Perché questa presenza invadente di un’altra telecamera, di un altro occhio che fa perdere tutta l’intensità della scena? Perché lui vuole riprendere? È una scelta cui non riusciamo, attraverso il resto del cortometraggio, a dare spiegazioni, possiamo solo azzardare ipotesi. Assume forse il ruolo di alter ego del regista, dello spettatore, che va a scovare questa storia, che decide di analizzarla, di seguirla? Anche per quanto riguarda l’attrice che interpreta la ragazza vittima di stupro forse si poteva lavorare meglio per rendere l’apertura più coinvolgente, mentre le sue battute restano molto fredde, poco sentite.
Per il resto ogni modalità di rappresentazione è ben scelta: su tutte il piano sequenza del ragazzo che si decide a compiere la vendetta e la scelta di non mostrare il momento dell’uccisione se non uditivamente concentrando l’immagine sulla foto della famiglia della vittima e sul telefono la cui segreteria ha la voce della moglie e della figlia, che parlano ignare e felici, facendo più attenzione quindi all’equilibrio che si sta rompendo più che al gesto violento.
Quello di Fedele è un percorso (sopratutto tematicamente) da seguire, augurandoci lui continui ad indagarlo, un percorso su cui riflettere profondamente e da cui prendere spunto.

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