Ithaca

Una donna quasi vestita di papiro si spoglia del proprio essere domestico e, per conoscersi meglio di quanto possa fare guardandosi allo specchio, parte. È un viaggio moderno il suo, un viaggio che cerca l’intensità, la scoperta, il viaggio di Odisseo come reinterpretato da Kavafis nella poesia da cui è ripreso il titolo.

« Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare. »

Le scene sono essenziali, misurate, riprese con luce naturale. Tutto è tenue, povero, ma di quella povertà che vuol dire profondità e attenzione. Una voce fuori campo parafrasa la poesia accompagnando i passi della donna, di imprecisata epoca, forse perché rappresentante dell’intero genere umano la cui storia si narra notte dopo notte, in eterno.
Il viaggio, a leggere la luce, dura un giorno, dall’alba al tramonto in paesaggi ben scelti ed evocativi; inizia nello specchio in cui la donna si autoriconosce e nel catino quasi si battezza, si conclude sul volto di lei che si oscura e affonda nel buio, lasciando spazio alle rosse nubi in cui permane la natura anche dopo la fine dell’essere umano. Simmetrica è l’apertura, sul mare leggermente increspato, il mare che è origine dell’uomo e della vita tutta, interrotto infine da un gallo che da inizio al giorno.
In quattro minuti una piccola storia dell’umanità, che invita ciascuno a riflettere sul proprio esserci, sul proprio agire, nel viaggio lungo i secoli.
Il risultato complessivo non si discosta molto dal letterario, data l’onnipresente voce, trattata e manipolata assieme con tutto il sonoro (da Simone Barbieri) che accompagna le scene assumendo un ruolo significante non indifferente, quasi pari alla voce stessa. Ogni suono è modificato nelle sue componenti spettrali ad ogni inquadratura – su tutte quella del faro dove la voce reagisce al passaggio di luce – creando un gioco di tensione e rilassamento che si conclude nel canto femminile finale, cullante, quasi una nenia.
Il regista, Andrea Palamara, riesce a creare un’aura mitica, direi quasi neoclassica, rispettando il testo ma lavorandoci su, rivelando così un’ulteriore pagliuzza lucente dell’enorme potenza poetica (e poietica!) che sgorga ancora dal poema Omerico e dall’intero “poema” umano.

Visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=voAqUIh0UXE

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